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"Miami thriller - Un altro caso per l’investigatore Shak" di Maurizio Sciaccaluga.

Un altro caso per l’investigatore Shak di Maurizio Sciaccaluga Tutto quello che allora possedevo erano un ufficio sulla 10a e un pessimo rapporto con gli agenti delle tasse. Se gli esattori non mi rendevano certo felice – eppure, erano gli unici a non dimenticarsi mai di me – non è che il mio buco potesse fare diversamente. Ero a due passi dal Reeves Park e dai suoi alberelli smagriti, certo, ma anche talmente vicino alla North-South Expressway da svegliarmi ogni mattina al suono delle sirene dei camion.....

Fuori dalle finestre del mio studio d’investigazioni di Miami, decisamente troppo piccolo per tenere dentro sia me sia il fumo della mia inseparabile sigaretta, c’era quella parte della città dove il sole batte di rado, preferendo impegnarsi di più in altri, migliori paraggi. Officine, boutique di quart’ordine, quartieri dormitorio. E comunque, sempre meglio che al di qua delle finestre, dove nel mio covo da Marlowe di periferia tutto era sottosopra,comeseunotsunamistrettamentepersonalem’avessefattovisitanon piùdiqualcheoraprima. Vicino a me, ad appena un paio di chilometri, c’era chi passeggiava al Bicentennial Park, chi s’affacciava sul Biscayne boulevard, chi prendeva il mare con il suo 30 metri dal City Yacht Basin, e io, beh, cercavo sempre di non pensarci. Soprattutto in quell’afosa mattina di luglio, mentre aspettavo che un marito geloso, un socio in affari sospettoso, una moglie tradita, insomma qualcuno, chiunque bussasse alla stramaledetta porta di quello stramaledetto ufficio. Improvvisamente la porta si aprì ed entrò un problema. Anzi due, una bruna e una bionda, naturalmente. Due sventoleitaliane,duetipetoste,diquelle chetispezzanoilcuoree,giàchecisono,ancheunbraccio.Dissero che erano nei guai, sembravano loro stesse a portar guai, ma non posso mica scegliermi i clienti. Il mio venditore di whisky non lo fa, dunque non lo faccio nemmeno io. Comunque, avevo già avuto a che fare con degli italiani al tempo del caso di Arezzo e di Cluedo, la storia del gallerista lungagnone e della sua pupa bionda, e in fondo in fondo non m’avevano creato troppi casini. Così, restai ad ascoltarle. Beh, ogni tanto gettavo lo sguardo nelle generose scollature e lungo il filo delle calze velate, che s’aggiustavano spesso credo a mio esclusivo beneficio, ma non ho mai detto d’essere un santo. Io sono un occhio privato. Mi raccontarono di venire da Fano, che non so poi nemmeno dove si trovi, e di essere una gallerista e la sua pierre. Avevano dei problemi con un ex magistrato, un giudice o giù di lì, impegnato con loro in so quale affare. Commercio di quadri credo, ma quello che conta è che, lì a Miami, lui si era infilato in una storia troppo grande, e di conseguenza c’aveva tirato dentro anche loro. Beh, inutile girarci troppo attorno, quel ragazzo amava ficcare il naso in storie torbide, magari per raccontarle in qualcuno dei suoi quadri (eh si, il giudice dipingeva anche), e quella volta c’era scappato il morto. Morto ammazzato, chiaro, altrimenti io non ci sarei mai entrato in quella storia. Lui, Luca Zampetti, indagava nella vita delle persone, gli piaceva mettere a fuoco il mondo per poi riproporlo nelle sue tele come in un bestiario apocalittico alla Borges. Gli piaceva ritrarre chi mostra di nascondere qualcosa, quelli che per l’F.B.I. erano i sospettati. Nelle immagini che le due pupe mi mostrarono, vidi pennellate che non creavano nuovi mostri, ma rivelavano quelli che le persone si portano sempre dentro. Una pittura a raggi X, capace di riprendere il male anche se si nasconde, in fondo in fondo. Il suo era uno stile immediato, diretto, senza fronzoli e belletti, come il mio, solo che lui disegna coi pennelli e l’encausto, io con la calibro 38. Quando l’opera ci viene bene, tutti e due immortaliamo brutti soggetti. Ma torniamo a noi, poche ciance, non mi piace divagare troppo: il tipo era venuto a sapere di una coppia nei guai, li aveva spiati per trovare ispirazione, e forse aveva assistito all’omicidio di uno dei due. Sì, di sicuro aveva visto la fine di Robert quel mattino del 4 luglio. Aveva seguito per caso il ragazzo e la sua compagna, aveva intuito che a Miami – ore 6.45a.m.RoberteJadeviapersempre volevanoandare,allafineerastatopresenteall’esecuzione.Magari l’aveva anche schizzata su qualche foglio d’appunti, per poi trasformarla in opera. Ora rischiava grosso, ma gli piaceva fare questo e altro pur di trovare spunti per raccontare le sue storie d'ordinaria desolazione. Storie sempre degne d'una Musica per organi caldi. Non sapevo cosa fare con la bionda e la bruna. Una delle due aveva colpito il mio sguardo da segugio di razza, e intanto lei si allenava a colpirlo ancora, e ancora, e ancora. Le loro curve m’interessavano, ma sono da troppo tempo nel giro per non sapere che su quei tornanti spesso si rischia di sbandare. Le uniche amiche di cui voglio fidarmi, sono la Magnum e la bottiglia: una la tengo carica, l’altra mi tiene carico. Stavo per decidere di rifiutare il caso –ritrovare Zampetti prima che ci riuscissero gli assassini e prima anche della polizia, che lo considerava sospetto e aveva metodi non troppo gentili per convincerlo a confessare – quando le due pupe mollarono sulla mia scrivania due pacchi di bigliettoni. Non so come li chiamate voi, io li definisco grano, spiccioli, mammalucchi, barbagianni, schei, verdoni, pecunia, conquibus. Insomma, soldi. Quando frusciano, il rumore è sempre musica per le mie orecchie. Dopotutto non sono un critico musicale, sono un occhio privato. Dunque, accettai. Bisognava ritrovare il pittore. Avevo preso qualche informazione su di lui: i suoi quadri si presentavano sempre quali storie d’ordinaria follia. Mancava lo scoppio eclatante della pazzia, le città non erano quasi mai mostri tentacolari capaci d’irretire i propri abitanti, le regole della convivenza civile non deragliavano mai dai binari della consuetudine, ma tutto era comunque destinato ad andar storto, mentre gli ingranaggi che regolavano la pace del mondo erano proprio sul punto di rompere il loro equilibrio. Non c’era mai nulla che non funzionasse nelle scene dei quadri, mai sangue o violenza; eppure, sempre, c’erano quei pericoli che gravitano a bassa quota sulla vita di tutti i giorni. Insofferenza per la presenza degli altri, invidia per il successo dei rivali, gelosia per la bellezza delle estranee, gola verso i loro beni e averi. Allo Zampetti, davvero strano ex magistrato, piaceva dare forma ai peccati capitali, nessuno escluso, dall’accidia all’ira alla lussuria. Tutto però era sempre tenuto ben nascosto, chiuso, compresso all’interno degli orizzonti e dei personaggi, in modo che la miseria potesse sembrare quella condivisa da tutti e dovunque. Insomma, merito di questo artista tanto curioso da ficcarsi nei guai era riuscire – con una tecnica atipica e tutt’altro che laccata, con un tratto grintoso e irregolare – a suggerire la pazzia senza dipingerla, a creare timore e inquietudine concentrandosi solo su minacce velate. Solo che questa volta, spinto dalla voglia di trovare miseria di prima mano, era caduto in un bel casino. Io faccio un lavoro duro, sono un tipo duro, sono stato colpito tante e tali volte da essere diventato il maggior finanziatore del lasonil, ma a girare nelle strade di Miami dove era sparito lo Zampetti confesso che non mi mancava la paura. Nemmeno una faccia innocente, tutti pronti a spararti e per me, che in corpo ho già otto pallottole, la cosa era preoccupante. Non c’era più spazio per il piombo, l’ultimo angolino avrei preferito tenerlo per il bourbon. Comunque, mi diedi una mossa e cominciai a interrogare chi poteva aver visto e sentito qualcosa, quelli che avevano avuto a che fare col pittore. Facile rintracciarli, avevo il loro identikit nei quadri appena finiti di dipingere. C’era Sloan in quella strada il 4 di luglio, ma non ricordava niente, e anche Brian lo studente non aveva visto nulla. Entrai nei negozi della zona, magari lo Zampetti era appassionato di biancheria intima femminile, magari beveva, qualcuno doveva pur ricordarlo. Ruth, la ragazza al bar, stava prendendo un caffè e non aveva visto l’omicidio, per strada c’era anche Robert, il garzone del Florian Cafè, ma non si ricordava di quello strano pittore, alto, occhiali d’altri tempi, capelli brizzolati, una tela sempre sottobraccio insieme al necessario per improvvisare un encausto. Non andai al Topless Bar: sapevo che in precedenza i poliziotti interrogarono anche Elsa, la ballerina di lap-dance senza alcun risultato. Insomma, non cavavo un ragnodalbuco, enonerofelice:mipiaceguadagnarliiverdoni,nonsudarli.Lasignoraperstradaricordavale agili movenze del bandito ma non quelle di Zampetti, per cui non mi serviva a niente: io non dovevo scovare l’assassino, dovevo ritrovare il pittore prima che potesse finire in un pilastro di cemento della North-South Expressway. Solo che Miami era troppo grande per noi due, ed era troppo grande anche per me e le due squinzie, che avrei desiderato rivedere presto sia per le curve che per la grana. Sul luogo del delitto, tra la 13a e la 2nd Avenue, da dove il mio uomo era di certo passato, c’era già il cordone di sicurezza all’arrivo del detective Tilda Swinton, una tipa stratosta, una pantera in gonnella, una biondina che prima ti spoglia poi t’infila le manette. Beh, avevamo avuto un abbocco io e lei, ma questa è un’altra storia. Mi stava già mandando via dalla scena del crimine – non mi sopporta più da quando, quattro anni fa, le dissi che sarei sceso a prendere le sigarette senza specificare che il mio tabaccaio si trovava in Olanda – quando, con la coda dell’occhio, vidi un’ombra aggirarsi furtiva al di là degli alberi di Gibson Park. Lo Zampetti!!! Non se n’era andato, voleva sapere tutto, vedere tutto fino all’ultimo per poi raccontarlo nelle tele. Pervertito? No, attento alle serie di quadri che funzionano, piuttosto. M’aveva scorto, stava per scappare, dunque tirai fuori la 38. La mia amica è sempre molto eloquente: mentre sparava i suoi solidi argomenti verso il pittore, per fargli capire che non era il caso di continuare a correre ma era meglio fermarsi, mi girai e lasciai quell’angolo di strada. Me ne vado sempre quando la discussione diventa filosofica. A Zampetti poteva ora pensarci la polizia, Tilda l’avrebbe riportato alle due pupe, loro l’avrebbero ricondotto a Fano e costretto a raccontare la storia di cui era stato protagonista in una mostra. E io, vi chiederete? Tornato in ufficio, ad attendere una nuova pupa e un altro caso. Le mostre sono troppo intellettuali per me, non faccio mica il critico d’arte. Io sono un occhio privato. da “Miami Crime” di Maurizio Sciaccaluga, Fano 2005 Un altro caso per l’investigatore Shak di Maurizio Sciaccaluga Tutto quello che allora possedevo erano un ufficio sulla 10a e un pessimo rapporto con gli agenti delle tasse. Se gli esattori non mi rendevano certo felice – eppure, erano gli unici a non dimenticarsi mai di me – non è che il mio buco potesse fare diversamente. Ero a due passi dal Reeves Park e dai suoi alberelli smagriti, certo, ma anche talmente vicino alla North-South Expressway da svegliarmi ogni mattina al suono delle sirene dei camion. Fuori dalle finestre del mio studio d’investigazioni di Miami, decisamente troppo piccolo per tenere dentro sia me sia il fumo della mia inseparabile sigaretta, c’era quella parte della città dove il sole batte di rado, preferendo impegnarsi di più in altri, migliori paraggi. Officine, boutique di quart’ordine, quartieri dormitorio. E comunque, sempre meglio che al di qua delle finestre, dove nel mio covo da Marlowe di periferia tutto era sottosopra,comeseunotsunamistrettamentepersonalem’avessefattovisitanon piùdiqualcheoraprima. Vicino a me, ad appena un paio di chilometri, c’era chi passeggiava al Bicentennial Park, chi s’affacciava sul Biscayne boulevard, chi prendeva il mare con il suo 30 metri dal City Yacht Basin, e io, beh, cercavo sempre di non pensarci. Soprattutto in quell’afosa mattina di luglio, mentre aspettavo che un marito geloso, un socio in affari sospettoso, una moglie tradita, insomma qualcuno, chiunque bussasse alla stramaledetta porta di quello stramaledetto ufficio. Improvvisamente la porta si aprì ed entrò un problema. Anzi due, una bruna e una bionda, naturalmente. Due sventoleitaliane,duetipetoste,diquelle chetispezzanoilcuoree,giàchecisono,ancheunbraccio.Dissero che erano nei guai, sembravano loro stesse a portar guai, ma non posso mica scegliermi i clienti. Il mio venditore di whisky non lo fa, dunque non lo faccio nemmeno io. Comunque, avevo già avuto a che fare con degli italiani al tempo del caso di Arezzo e di Cluedo, la storia del gallerista lungagnone e della sua pupa bionda, e in fondo in fondo non m’avevano creato troppi casini. Così, restai ad ascoltarle. Beh, ogni tanto gettavo lo sguardo nelle generose scollature e lungo il filo delle calze velate, che s’aggiustavano spesso credo a mio esclusivo beneficio, ma non ho mai detto d’essere un santo. Io sono un occhio privato. Mi raccontarono di venire da Fano, che non so poi nemmeno dove si trovi, e di essere una gallerista e la sua pierre. Avevano dei problemi con un ex magistrato, un giudice o giù di lì, impegnato con loro in so quale affare. Commercio di quadri credo, ma quello che conta è che, lì a Miami, lui si era infilato in una storia troppo grande, e di conseguenza c’aveva tirato dentro anche loro. Beh, inutile girarci troppo attorno, quel ragazzo amava ficcare il naso in storie torbide, magari per raccontarle in qualcuno dei suoi quadri (eh si, il giudice dipingeva anche), e quella volta c’era scappato il morto. Morto ammazzato, chiaro, altrimenti io non ci sarei mai entrato in quella storia. Lui, Luca Zampetti, indagava nella vita delle persone, gli piaceva mettere a fuoco il mondo per poi riproporlo nelle sue tele come in un bestiario apocalittico alla Borges. Gli piaceva ritrarre chi mostra di nascondere qualcosa, quelli che per l’F.B.I. erano i sospettati. Nelle immagini che le due pupe mi mostrarono, vidi pennellate che non creavano nuovi mostri, ma rivelavano quelli che le persone si portano sempre dentro. Una pittura a raggi X, capace di riprendere il male anche se si nasconde, in fondo in fondo. Il suo era uno stile immediato, diretto, senza fronzoli e belletti, come il mio, solo che lui disegna coi pennelli e l’encausto, io con la calibro 38. Quando l’opera ci viene bene, tutti e due immortaliamo brutti soggetti. Ma torniamo a noi, poche ciance, non mi piace divagare troppo: il tipo era venuto a sapere di una coppia nei guai, li aveva spiati per trovare ispirazione, e forse aveva assistito all’omicidio di uno dei due. Sì, di sicuro aveva visto la fine di Robert quel mattino del 4 luglio. Aveva seguito per caso il ragazzo e la sua compagna, aveva intuito che a Miami – ore 6.45a.m.RoberteJadeviapersempre volevanoandare,allafineerastatopresenteall’esecuzione.Magari l’aveva anche schizzata su qualche foglio d’appunti, per poi trasformarla in opera. Ora rischiava grosso, ma gli piaceva fare questo e altro pur di trovare spunti per raccontare le sue storie d'ordinaria desolazione. Storie sempre degne d'una Musica per organi caldi. Non sapevo cosa fare con la bionda e la bruna. Una delle due aveva colpito il mio sguardo da segugio di razza, e intanto lei si allenava a colpirlo ancora, e ancora, e ancora. Le loro curve m’interessavano, ma sono da troppo tempo nel giro per non sapere che su quei tornanti spesso si rischia di sbandare. Le uniche amiche di cui voglio fidarmi, sono la Magnum e la bottiglia: una la tengo carica, l’altra mi tiene carico. Stavo per decidere di rifiutare il caso –ritrovare Zampetti prima che ci riuscissero gli assassini e prima anche della polizia, che lo considerava sospetto e aveva metodi non troppo gentili per convincerlo a confessare – quando le due pupe mollarono sulla mia scrivania due pacchi di bigliettoni. Non so come li chiamate voi, io li definisco grano, spiccioli, mammalucchi, barbagianni, schei, verdoni, pecunia, conquibus. Insomma, soldi. Quando frusciano, il rumore è sempre musica per le mie orecchie. Dopotutto non sono un critico musicale, sono un occhio privato. Dunque, accettai. Bisognava ritrovare il pittore. Avevo preso qualche informazione su di lui: i suoi quadri si presentavano sempre quali storie d’ordinaria follia. Mancava lo scoppio eclatante della pazzia, le città non erano quasi mai mostri tentacolari capaci d’irretire i propri abitanti, le regole della convivenza civile non deragliavano mai dai binari della consuetudine, ma tutto era comunque destinato ad andar storto, mentre gli ingranaggi che regolavano la pace del mondo erano proprio sul punto di rompere il loro equilibrio. Non c’era mai nulla che non funzionasse nelle scene dei quadri, mai sangue o violenza; eppure, sempre, c’erano quei pericoli che gravitano a bassa quota sulla vita di tutti i giorni. Insofferenza per la presenza degli altri, invidia per il successo dei rivali, gelosia per la bellezza delle estranee, gola verso i loro beni e averi. Allo Zampetti, davvero strano ex magistrato, piaceva dare forma ai peccati capitali, nessuno escluso, dall’accidia all’ira alla lussuria. Tutto però era sempre tenuto ben nascosto, chiuso, compresso all’interno degli orizzonti e dei personaggi, in modo che la miseria potesse sembrare quella condivisa da tutti e dovunque. Insomma, merito di questo artista tanto curioso da ficcarsi nei guai era riuscire – con una tecnica atipica e tutt’altro che laccata, con un tratto grintoso e irregolare – a suggerire la pazzia senza dipingerla, a creare timore e inquietudine concentrandosi solo su minacce velate. Solo che questa volta, spinto dalla voglia di trovare miseria di prima mano, era caduto in un bel casino. Io faccio un lavoro duro, sono un tipo duro, sono stato colpito tante e tali volte da essere diventato il maggior finanziatore del lasonil, ma a girare nelle strade di Miami dove era sparito lo Zampetti confesso che non mi mancava la paura. Nemmeno una faccia innocente, tutti pronti a spararti e per me, che in corpo ho già otto pallottole, la cosa era preoccupante. Non c’era più spazio per il piombo, l’ultimo angolino avrei preferito tenerlo per il bourbon. Comunque, mi diedi una mossa e cominciai a interrogare chi poteva aver visto e sentito qualcosa, quelli che avevano avuto a che fare col pittore. Facile rintracciarli, avevo il loro identikit nei quadri appena finiti di dipingere. C’era Sloan in quella strada il 4 di luglio, ma non ricordava niente, e anche Brian lo studente non aveva visto nulla. Entrai nei negozi della zona, magari lo Zampetti era appassionato di biancheria intima femminile, magari beveva, qualcuno doveva pur ricordarlo. Ruth, la ragazza al bar, stava prendendo un caffè e non aveva visto l’omicidio, per strada c’era anche Robert, il garzone del Florian Cafè, ma non si ricordava di quello strano pittore, alto, occhiali d’altri tempi, capelli brizzolati, una tela sempre sottobraccio insieme al necessario per improvvisare un encausto. Non andai al Topless Bar: sapevo che in precedenza i poliziotti interrogarono anche Elsa, la ballerina di lap-dance senza alcun risultato. Insomma, non cavavo un ragnodalbuco, enonerofelice:mipiaceguadagnarliiverdoni,nonsudarli.Lasignoraperstradaricordavale agili movenze del bandito ma non quelle di Zampetti, per cui non mi serviva a niente: io non dovevo scovare l’assassino, dovevo ritrovare il pittore prima che potesse finire in un pilastro di cemento della North-South Expressway. Solo che Miami era troppo grande per noi due, ed era troppo grande anche per me e le due squinzie, che avrei desiderato rivedere presto sia per le curve che per la grana. Sul luogo del delitto, tra la 13a e la 2nd Avenue, da dove il mio uomo era di certo passato, c’era già il cordone di sicurezza all’arrivo del detective Tilda Swinton, una tipa stratosta, una pantera in gonnella, una biondina che prima ti spoglia poi t’infila le manette. Beh, avevamo avuto un abbocco io e lei, ma questa è un’altra storia. Mi stava già mandando via dalla scena del crimine – non mi sopporta più da quando, quattro anni fa, le dissi che sarei sceso a prendere le sigarette senza specificare che il mio tabaccaio si trovava in Olanda – quando, con la coda dell’occhio, vidi un’ombra aggirarsi furtiva al di là degli alberi di Gibson Park. Lo Zampetti!!! Non se n’era andato, voleva sapere tutto, vedere tutto fino all’ultimo per poi raccontarlo nelle tele. Pervertito? No, attento alle serie di quadri che funzionano, piuttosto. M’aveva scorto, stava per scappare, dunque tirai fuori la 38. La mia amica è sempre molto eloquente: mentre sparava i suoi solidi argomenti verso il pittore, per fargli capire che non era il caso di continuare a correre ma era meglio fermarsi, mi girai e lasciai quell’angolo di strada. Me ne vado sempre quando la discussione diventa filosofica. A Zampetti poteva ora pensarci la polizia, Tilda l’avrebbe riportato alle due pupe, loro l’avrebbero ricondotto a Fano e costretto a raccontare la storia di cui era stato protagonista in una mostra. E io, vi chiederete? Tornato in ufficio, ad attendere una nuova pupa e un altro caso. Le mostre sono troppo intellettuali per me, non faccio mica il critico d’arte. Io sono un occhio privato. da “Miami Crime” di Maurizio Sciaccaluga, Fano 2005

 

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