Critics

"Vuoi star zitta per favore?" di Maurizio Sciaccaluga.

Una rassegna d'antieroi, una sfilza di personaggi che potrebbero essere usciti dalla celluloide di America oggi, film capolavoro di Robert Altman, o dalla penna del genio minimalista di Raymond Carver. Questo sono i protagonisti dei quadri di Luca Zampetti, uomini e donne che percorrono i panorami metropolitani più crudi e più impersonali con gli sguardi persi in lontani pensieri, guardando verso lo spettatore senza però mai fissarlo negli occhi.....

I loro nomi non sono importanti, se invece di Helen, Martha, Lili e Tom si chiamassero Ralph, Chris, Doreen e Marian non cambierebbe alcunché. Perché anche i nomi, come i vestiti, i corpi, gli atteggiamenti insofferenti o distratti rientrano alla perfezione nella normalità, sono esattamente così affinché ogni individuo possa perdersi e confondersi nel mucchio. Ogni atteggiamento, ogni gesto, ogni smorfia dei volti nascondono (male) una storia, ma tutte le storie - sia quella della giovane portoricana abbracciata da un bimbo non suo, sia quella dell'improbabile darklady accompagnata da una coppia di cani dalmata, sia quella della vaporosa sexy star alla Gilda impegnata a irretire il (s)fortunato di turno - è un racconto da quattro soldi. È una vicenda di periferia che, se per chi l'ha vissuta sembra il segno del destino, il momento topico di un'esistenza, per tutti gli altri merita al massimo noncuranza e indifferenza. Piccole storie ignobili, le definirebbe il cantautore Francesco Guccini, storie sbagliate, risponderebbe il suo indimenticato collega Fabrizio De Andrè. C'è chi si mostra a seno nudo, con smaccato esibizionismo, nel bel mezzo di un centro direzionale, chi grida chissà quali frasi astiose e rabbiose costretta nei limiti di un vestitino a fiori attillatissimo, chi si aggiusta vezzosa la collana di perle, ma dovunque - in ognuno di questi diversissimi istanti - domina lo stesso senso di sconfitta perenne, l'impossibilità di lasciare a memoria un segno davvero significante. L'artista punta l'obiettivo sempre e solo sulla mandria di protagonisti mancati di cui non sono piene le cronache, di cui si potrebbero interessare soltanto, ma per lasciare il tempo che trovano, le riviste dozzinali di pettegolezzi. Come in Altman, come in Carver, nei lavori di Zampetti il mondo è visto come si trattasse di un acquario: bello, curioso, completo a volte, affascinante di rado, ma sempre meritevole di un'occhiata e poco più. Poi si passa ad altro, a qualunque altra cosa, comunque più importante. Gli uomini e le donne sono i pesci tropicali di quest'acquario, le loro labbra carnose sono le pinne decoratissime, i loro seni al vento sono le livree multicolori, i loro sguardi profondi sono nient'altro che i comportamenti della specie. Tutto bellissimo e tutto irrilevante. Qualunque cosa succedesse in quel meraviglioso ecosistema, il resto dell'universo non ne sarebbe minimamente intaccato, o condizionato, o colpito. Insomma, non se ne accorgerebbe. Sui quadri del giovane esponente della Nuova figurazione italiana, come nelle sequenze di Short Cuts, "predomina un tono di pessimismo impietoso, di cinismo divertito e d'insistita sgradevolezza" (Mereghetti). Qualunque cosa succeda, i personaggi saranno condannati. Ma non da un tribunale, piuttosto dalla vita, che non gli riserverà quanto loro si aspettano.
Non a caso Zampetti ha scelto un tratto nervoso, graffiante, addirittura antipatico per descrivere e raccontare i protagonisti dei suoi quadri. Lo stile si sposa meravigliosamente ai soggetti, ne sottolinea la parte ombrosa, li rende minacciosi e immeritevoli di fiducia. Le righe a matita, le ferite del legno dei supporti, le campiture sincopate a grafite diventano tutt'uno con le vicende che evocano, ne sono l'anima e la carne. L'artista fonde i segni delle sue mani alle rughe dei personaggi, fa in modo che ogni gesto delle sue braccia imprima un passato sui volti e sui corpi delle figure. La pittura non è più realistica, diventa teatrale. Non si limita a riprodurre, a chiamare in scena, a raccontare, preferisce immaginare, creare, dare vita, alla stregua di un testo pirandelliano dove scrittura e vita si accavallano e confondono. Dove l'arte non si distacca dal vissuto, ma lo plasma e condiziona.
Ombelico in bella mostra, corpetto ridotto, atteggiamento snob e ammiccante nel guardarsi lo smalto delle unghie, una giovane ragazza cammina incurante per strada, lasciandosi alle spalle la città. Dovrebbe essere bellissima ma non lo è, perché Zampetti la condanna con la spigolosità del suo stile, con l'aggressività delle sue note, con il caustico disincanto delle sue matite.
In ogni quadro c'è un desiderio e il suo tradimento, un sogno e il conseguente brusco risveglio. Vorrebbero essere Top model le donne di Zampetti, vorrebbero essere fatali le ragazze dei suoi quadri, vorrebbero essere vincenti i manager dei suoi spaccati metropolitani, ma in queste opere vince sempre la vita. Con la sua superiorità, le sue leggi e il suo bisogno d'andare avanti, verso nessuna meta ma lontana comunque dal presente. I protagonisti sono forse vittime del male di vivere? No, troppo rilevante il ruolo di caduti sul posto. Semplicemente, come ancora una volta per l'Altman d'America oggi, gli uomini sono insetti, spariscono a milioni senza che nessuno se ne accorga, basta che la specie continui e sopravviva. Gli individui non contano, e non contano le loro passioni. Con tutta la loro gestualità esasperata, la profondità esagerata degli sguardi, la ridondanza degli atteggiamenti, le figure di Zampetti sulla scena rimangono sempre mute. Le loro azioni sono prive di audio, non sono evidenti fino in fondo, sono dichiarate ma non descrivibili in toto. I loro drammi enormi restano comunque vicende sottotono, e le frasi epocali, suggerite da posture e ammiccamenti, risultano alla fine dei Vuoi star zitta per favore? o dei Chi ha usato questo letto? che nessuno ricorderà certo a lungo. Ovvero, parole che lasciano il tempo che trovano, che si perdono tra i palazzi e le auto di città, che spariscono assorbite dalla corposa e morbida consistenza degli encausti. da "Vuoi star zitta per favore?" di Maurizio Sciaccaluga, Palazzo Frisacco, Tolmezzo, Udine, 2004.

 

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