Critics

"Zampetti: Contemporaneo Metropolitano" di Beatrice Buscaroli.

L’appiattimento della critica su posizioni distanti dalla pittura, nell’ultimo decennio, ha portato da un lato al ripetuto tentativo di creare fittiziamente alcuni “gruppi” di versante concettuale (il più delle volte naufragati e condannati al silenzio), dall’altro ha favorito il proliferare, nell’àmbito della pittura, più di singole individualità che di vere e proprie tendenze.....

Questo è stato un problema che ha riguardato tutto il versante della pittura. Anche nella ricerca astratta, infatti, dalla fine degli anni Novanta, si è operato il tentativo di organizzare criticamente i diversi orientamenti legati a quel versante (con la serie di mostre “Generazione Astratta”). Dopo un decennio in cui la sola identità comune è stata la tematica della “Nuova Figurazione Italiana”, è venuto il momento di una riorganizzazione specifica delle molteplici individualità che si sono sviluppate all’interno di quella ricerca. Pur sviluppando una ricerca pittorica autonoma e ben riconoscibile, Luca Zampetti usufruisce del lavoro operato agli inizi degli anni Ottanta, dal gruppo legato alla redazione dell’ormai mitica rivista alternativa “Frigidaire” che riuscì a creare una nuova sensibilità artistica mutuandola direttamente dal variegato e multiforme mondo del fumetto, fino ad allora considerato “arte minore”. Marcello Jori è forse il rappresentante che più di ogni altro ha personificato questa doppia, simultanea identità artistica. Il lavoro di Luca Zampetti affonda le sue radici nell’opera pittorica “disegnata”, le sue rappresentazioni sono costruite più dal tratto che dalla pennellata vera e propria. Potrà sembrare bizzarro parlare di un artista per come affronta la superficie (nel caso di Zampetti l’encausto su tavola), ma in realtà il problema è tutt’altro che secondario, anzi contribuisce in modo chiaro ad una ridefinizione della Nuova Figurazione, che, per il grande numero di epigoni, rischia di naufragare in un marasma indistinto. E’ tempo quindi di mettere ordine in questo generoso, spontaneo entusiasmo. Non è che Zampetti non abbia assimilato nulla dalla lezione del Novecento, ma il suo avvicinamento ad un modulo espressivo personale e riconoscibile passa maggiormente attraverso le storie di Tanino Liberatore, Filippo Scòzzari, Massimo Mattioli, Aldo di Domenico, alfieri fin dal 1980 di un nuovo modo di esprimersi, figlio di quella “Low Culture” che si era prepotentemente affermata negli Stati Uniti e poi nei Paesi Bassi e in Inghilterra, fin dagli inizi degli anni Settanta. Un versante riconoscibile, interessante, molto attuale, che interpreta e traduce in pittura un modo più disinvolto di avvicinarsi all’arte. Per contro la scelta dell’artista di impiegare l’encausto come tecnica pittorica - i colori, prima della stesura, vengono impastati con cera e resina - riporta immediatamente la pittura di Zampetti al suo posto legittimo. L’encausto è figlio di un’idea legata alla pittura colta, al recupero della tradizione, all’idea di continuità: questa tecnica risale al IV secolo a.c. Alla sfida di un mondo sempre più legato all’effimero e al deperibile. La ricerca di Zampetti quindi si bilancia esponendosi continuamente all’eccesso: tradizione da un lato, fumetto dall’altro, attualità più stretta (nelle tematiche), conservazione dichiarata (nella tecnica). Un connubio originale, provocatorio, spesso spiazzante, ma assolutamente contemporaneo. Le tematiche di queste opere valgono un discorso a parte. Le donne di Zampetti, che sono la maggioranza dei soggetti rappresentati, incarnano lo stereotipo femminile del nostro tempo. Affannate, pensose, inserite da protagoniste nel frenetico mondo d’oggi, attente al glamour dei loro abiti, ma introspettive nelle espressioni. Espressioni spesso caratterizzate da una fissità che tiene l’osservatore in una sorta di sospensione...donne che accettano, in qualche modo, di venir “riprese”, cioè rappresentate, ma con un pizzico di riserva, quasi a voler celare il loro reale stato d’animo. Sono tutti aspetti, questi, caratteristici di un atteggiamento difensivo, obbligato dalla pericolosità di questo “Contemporaneo Metropolitano”, che sciama dal sottosuolo, emerge dopo aver viaggiato nei tunnel dei treni sotterranei, sottoposto al contatto ravvicinato di una umanità pulsante, alla pericolosità di un mondo assolutamente eterogeneo e spesso imprevedibile. Affrettate, autonome, distanti ma affascinate da quello sguardo che riflette su di loro la riflessione dell’artista, costringendole a fermarsi. Le opere di Zampetti narrano di una bellezza legata alla modernità, di un’attenzione alle dinamiche della città e dei suoi fragori, lasciati appositamente muti, quasi inglobati in una bolla di cristallo che consente una osservazione asettica, apparentemente distante, ma in realtà più minuziosa, quasi scientifica. Sono opere attente alla presenza massiccia dell’attuale nel contemporaneo, alle pesanti, invasive contaminazioni della moda nel mondo di ogni giorno, nelle abitudini, nel modo di essere. Sono anche la proiezione di una ricercatezza nell’acconciarsi, nel vestire, nel truccarsi o nel non averlo fatto, il dettaglio insiste sulle unghie, sui rossetti, sulle pettinature, sugli accessori...accessori che si materializzano anche in cani-alla-moda tenuti al guinzaglio, scorrazzati in giro per la città più per la loro funzione simbolica – forse - che per un affetto vero e proprio. Ne vien fuori uno spaccato anche sociologico, nascosto dalle ampie campiture di colore piatto, spesso impiegato con toni mediani, ma stesi con una forte intensità, che riporta ad una saturazione cromatica eccessiva, all’ultima moda. Ma è un “sociale” privo di condanne, di facili giudizi moralistici. Lo scenario è la città di oggi e ognuno sa cosa può celarsi dietro ad uno sguardo basso o ad un silenzio prolungato... Il silenzio in realtà non è che un documento, una sorta di fermo- immagine sul mondo, sulla vita vissuta più nella sua velocità, nella sua frenesia, nelle implicazioni professionali di personaggi che non appartengono mai al proletariato, ma ad una sorta di middle-class agiata, annoiata, ambiziosa. E’ una sociologia complessiva che riguarda più il costume che le persone che la popolano e i soggetti non sono che i modelli cui molti, in fondo, vorrebbero assomigliare, nonostante i pensieri che offuscano i loro sguardi. I soggetti che presidiano le copertine dei rotocalchi, che occupano stabilmente le televisioni, che si pongono drammaticamente come i modelli reali delle nuove generazioni: belli, eleganti, frettolosi, preoccupati più che melanconici, in ritardo più che in ansia. Corrono verso qualcosa che è molto vicino, ma li fa dannare. da “Subway”, di Beatrice Buscaroli, Catania 2006

 

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