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"Sul set di Luca Zampetti" di Mimmo Di Marzio.

Luca Zampetti è un artista coraggioso, quasi quanto gli eroi con gli speroni che ama ritrarre dal giorno in cui un genio dell’italica cinematografia ne folgorò l’immaginazione.....

Zampetti è coraggioso anzitutto per una ragione insita nel suo linguaggio artistico, sempre contraddistinto da una classicità di rappresentazione che, in barba alle mode figurative di questi anni, ha sottolineato il primato del disegno come cifra unica e originale. Nell’intera sua opera la pittura resta costantemente al servizio di un tratto a grafite che mette in scena personaggi appartenenti a un realismo sempre filtrato dai canoni dei media cartacei, quelli della grande tradizione illustrativa del Novecento e quella del fumetto, che nel ciclo dedicato ai western spaghetti di Sergio Leone, pare trovare il massimo appagamento. In fondo, in questo progetto, sembra palesarsi una similitudine sentimentale tra il regista della nostalgia di praterie appartenenti ad un universo immaginario, e il pittore marchigiano che ripercorre sulla tela quello stesso sogno. Nel suo precedente ciclo dedicato a “C’era una volta una volta in America”, il capolavoro assoluto di Leone, Zampetti si era addentrato per la prima volta nella poetica di un maestro del cinema che, al di fuori di ogni speculazione narrativa, affronta in modo verticale il rapporto tra arte e mito. La scelta di un’opera “epica” di un regista “epico” è stata la sfida impegnativa ma vincente di colui che ha osato cristallizzare non tanto spazi, luoghi, personaggi e architetture ma le memorie sospese che in quel film richiamano i grandi archetipi dell’esistenza umana: il Tempo, l’Amore, l’Amicizia, la Morte. Con la mostra intitolata a Sergio Leone, l’artista entra definitivamente nel mondo visionario di un regista che utilizza i suoi eroi per risvegliare l’ideale collettivo di un grande gioco, un “circo della vita” fatto di Buoni, di Brutti e di Cattivi in cui la giustizia –a differenza della realtà- quasi sempre vince. L’artista introietta la “finzione” e la ripercorre sulla tela, immortalando quegli stessi personaggi in una sorta di limbo, trasformandoli cioè in icone pop. I quadri, per definizione, sono muti e zittire i film di Leone in cui anche il silenzio pesa come il piombo delle pallottole, rappresenta la seconda prova di coraggio di Luca. Scomparsi il fischio del vento, il sibilo degli spari, il calpestìo degli stivali sulle foglie secche e le elegie memorabili di Ennio Morricone; L’opera di Zampetti, estraniata dall’azione e dalla narrazione, condensa in fotogrammi i sottotesti che rappresentano la vera forza di un cinema che parla del mito. “Il cinema –diceva Leone- dev’essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole, e per me lo spettacolo più bello è quello del mito”. E’ assai curioso osservare come un’operazione uguale e contraria veda in questi anni protagonista una compagnia teatrale diretta dal regista canadese Denis Blais, il quale propone sui palcoscenici in tutto il mondo spettacoli che riproducono, attraverso rumori ottenuti con strumenti di fortuna, l’universo sonoro, palpabile e determinante, dei western-spaghetti di Leone. I teatranti di Blais operano, al contrario di Zampetti, una sottrazione del fattore immagine richiamando il mito attraverso atmosfere acustiche. Blais, Zampetti e Donati, il sagace saggista autore di “America e nostalgia”, sono forse destinati a incontrarsi. Il fatto che anche oltreoceano artisti contemporanei inventino forme rappresentative –in questo caso performative- del “sogno americano” di Leone dimostra ancora una volta come il sottotesto, nel mito, prevalga sulla narrazione e parli un linguaggio universale. E’ quanto, sulla tela, agisce Zampetti rappresentando personaggi simbolo di cult movie come “C’era una volta il west” o “Giù la testa”, in inquadrature per certi versi inedite ma allo stesso tempo significative di una poetica dove i valori del tempo, dell’attesa e dello spazio sono gli invisibili veri protagonisti della scena. Nei suo quadri, dove il fattore azione è azzerato da una rappresentazione essenziale e scarnificata anche nel colore, non ci sono pistole né dollari ma prevale l’aura di solitudine e polverosa desolazione che sottende l’ironia della sceneggiatura. Rispetto al ciclo di “C’era una volta in America”, l’artista rinuncia anche al bagaglio fotografico per isolare dettagli, sguardi, primi piani, o gesti che condensano ieraticamente l’universo della “trilogia del dollaro”. Gli eroi che popolano l’immaginario infantile di più generazioni, da Henry Fonda a Charles Bronson, vengono immortalati dalla matita di Zampetti come sospesi in pose e atteggiamenti inusuali, inermi rispetto all’epopea di cui sono protagonisti. Nei suoi ritratti, l’artista trasforma gli eroi in antieroi e il mito prevale attraverso una coralità di simboli, comparse ed elementi apparentemente insignificanti. Da questo punto di vista, l’opera di Zampetti appare in perfetta empatia con il carattere fondamentalmente visionario del cinema di Leone dove ogni inquadratura è parte di un puzzle che corrisponde a quanto Robert Bresson dichiarò sul cinema, “che non deve esprimersi per immagini ma attraverso rapporti di immagini, così come un pittore non si esprime per colori ma attraverso rapporti di colore”. Da qui scaturisce un altro aspetto interessante dell’opera di Zampetti e che fa diretto riferimento al rapporto dialettico che sussiste tra pittura e macchina da presa. La sfida dell’artista marchigiano nei confronti del mito fa pari con quella verso lo stereotipo che tradizionalmente, nella cultura occidentale, vede le arti visive uno strumento per il cinema e non viceversa. Due discipline che trovano perfetta sintesi in quei registi che, nella loro vita, hanno coltivato la passione per il disegno e la pittura collocandoli al centro, e non a corollario, del loro immaginario cinematografico. Il riferimento è a Michelangelo Antonioni, Federico Fellini e, sia pur in misura diversa, Pier Paolo Pasolini. L’autore di Otto e Mezzo si spinse addirittura a confessare di aver pensato seriamente, durante l’adolescenza, ad un futuro di pittore: “I disegnatori, i caricaturisti, i pittori, anche quelli che dipingevano sui marciapiedi mi incantavano; sarà questo il mio mestiere, mi dicevo, non pensavo che mi sarei dedicato al cinema, che avrei fatto l’attore, lo sceneggiatore, il regista”. Più tardi, Fellini avrebbe capito che in fondo tra le due arti esisteva una compenetrazione, anzi una radice fortemente comune e, pur ammettendo che “il cinema è un’arte che non ha nulla a che fare con le altre arti”, non esitò a definirlo “imparentato geneticamente con la pittura, perché l’uno e l’altra non possono vivere senza la luce”. Nell’opera di Zampetti, come nel cinema di Leone, la luce riveste una valenza di primissimo piano, che irradia la scena di un’aura nostalgica e rarefatta. Ma, si diceva, l’artista va coraggiosamente controcorrente perché è sempre stato il cinema, dalla seconda metà degli anni Quaranta, ad attingere alla poetica della pittura, talora annullando – come nelle pellicole espressioniste alla Robert Wiene e alla Fritz Lang- gli effetti realistici della fotografia a vantaggio dell’espressività. Al punto che il critico francese Jean Luc Godard, uno degli esponenti più importanti della Nouvelle Vague affermò che “Lumiere potrebbe essere considerato non solo il primo cineasta della storia ma anche l’ultimo pittore espressionista”. Aveva torto o ragione Godard? Al di là del paradosso, i pittori sono sempre stati un florido bacino da cui i registi hanno attinto ispirazione, nella rappresentazione, nella scenografia e nel colore, con citazioni in molti casi conclamate. Artisti come Mantegna, Pellizza da Volpedo, De Chirico, Bocklin, Fattori, Man Ray, hanno da sempre ispirato fortemente i maggiori cineasti del Novecento, da Pasolini a Bertolucci, da Visconti a Fellini. Le inquadrature e le luci di Edward Hopper influenzarono fortemente il cinema americano da Hitchcock in giù, anche se poi l’artista confidò egli stesso di aver subito il fascino irresistibile delle scenografie cinematografiche (come ampiamente emerge dalle sue vedute urbane più famose). Del resto, lo dimostra l’esperienza originalissima di geni poliedrici come David Lynch, sono la percezione e la psicologia della forma ad avere un’influenza e un legame indissolubile con il cinema e la pittura. Ciò senza contare la cinematografia dove è il colore il vero protagonista, basti pensare a capolavori come "Deserto rosso" di Michelangelo Antonioni, "I Misteri del giardino di Compton House" e "Lo zoo di Venere" di Peter Greenway o la trilogia di Kieslowsky. E senza contare le sperimentazioni di frontiera avvenute nell’arte del Novecento, vedi i surrealisti che applicarono alle scorribande cinematografiche le stesse cifre della pittura e della poesia, basate sul libero accostamento secondo percorsi suggeriti dall'inconscio e senza controllo logico-razionale, di immagini prese dai più diversi contesti: in apparenza senza alcuna logica, però legati per libera associazione o bruschi contrasti, con il deliberato proposito di colpire lo spettatore e aprire un nuovo tipo di percezione estetica. O come gli artisti pop che, nei film di Warhol, videro applicati gli stessi canoni di serialità e moltiplicazione di poche immagini selezionate in base alla loro pregnanza, anche se spesso casuali nella loro banalità. Luca Zampetti prova un esperimento diverso: porta la poetica del cinema sulla tela e, senza giudizi di valore, tenta di raffigurarne l’anima. Con rispetto e un pizzico di raffinata devozione. da “Omaggio a Sergio Leone” di Mimmo di Marzio, Roma 2010

 

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