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"Miti contemporanei. Dal cinema alla pittura e ritorno" di Alessandro Riva.

Un tempo esistevano i linguaggi. Esisteva la pittura, e la musica, il teatro, la poesia, la letteratura. Anche oggi esistono i linguaggi: esistono il cinema, la tivù, la grande letteratura popolare. E poi esiste la pittura, piccola nicchia per appassionati e nostalgici di un linguaggio che appare a volte fatalmente in via di estinzione.....

E che per rinnovarsi, per non scomparire inevitabilmente di fronte alla velocità e alla capacità di comunicazione e di presa sul grande pubblico degli altri linguaggi, ha scelto in questi anni diverse strade possibili. Una di queste è stata quella della mimetizzazione, consapevole e intelligente, con i linguaggi del video, del cinema e della televisione. La mimetizzazione della pittura con altre forme linguistiche, come il cinema e la televisione, è stata una risposta alla progressiva e fatale ghettizzazione del linguaggio pittorico in una nicchia sempre più ristretta, sempre più asfittica e incapace di comunicare, non dico al grande pubblico, ma anche solamente al pubblico generico di coloro che amano, appunto, andare al cinema, leggere un buon libro o guardare un film alla televisione. Sempre più chiusa in se stessa, nel proprio piccolo bozzolo autoreferenziale, la pittura, come del resto anche la gran parte degli altri linguaggi artistici contemporanei, ha cercato negli ultimi deici anni anni qualche scappatoia e l’utilizzo di non pochi grimaldelli per cercare di uscire dall’isolamento che la permeava e di riagganciarsi alla sensibilità corrente, soprattutto quella giovanile, tornando a collegarsi non solo al dibattito interno al sistema dell’arte, ma anche alle suggestioni presenti sottotraccia nelle altre forme della cultura, e in particolar modo della cultura popolare. In questo senso, l’uso della citazione, diretta o indiretta, di opere video o musicali, di film, di romanzi, è stato uno dei fenomeni che maggiormente hanno contribuito a offrire uno svecchiamento e a far uscire dall’autoreferenzialità certe forme pittoriche recenti, soprattutto da parte delle ultime generazioni di artisti, ricollegandosi al gergo, alle passioni, agli amori dei loro coetanei che non frequentano le gallerie d’arte, non conoscono i codici strettamente riferibili alla sfera artistica e non si appassionano affatto ai dibattiti interni al sistema dell’arte. Del resto, in questo contesto, l’uso della citazione di brani di un determinato film o di spezzoni di opere cinematografiche o letterarie è una pratica che si inserisce anche perfettamente in quel recupero, in chiave vuoi ironica, vuoi disincantata o letterale, dei generi e dei linguaggi (si tratti del genere noir, del genere horror o fantastico, riscoperti e trasfigurati in epoca recente, sia in campo cinematografico che in quello letterario, o dell’attenzione ai diversi linguaggi extrartistici, capaci di mescolarsi tra loro e di contaminarsi, di mixarsi, di intrecciarsi uno all’altro a seconda delle esigenze dell’artista che li utilizza), secondo una chiave che ha avuto, ed ha, il suo fulcro nella scoperta, tutta interna alla logica della cultura postmoderna, della rilettura trasversale della cultura come un immenso contenitore aperto, malleabile, di volta in volta smontabile e ricostruibile a seconda delle circostanze, del pubblico e delle esigenze di chi ve ne si appropria o di chi ne fruisce. In questo quadro, negli ultimi anni molti artisti italiani hanno ricominciato a lavorare su alcuni temi portanti. E lo hanno fatto utilizzando appunto una chiave, un grimaldello, un'arma fondamentalmente impropria - quella del genere, appunto - per tornare finalmente a intervenire non più unicamente su questioni linguistiche, o formali, né su domande e dubbi autoreferenziali e tutti interni al sistema-arte, ma piuttosto su quella che uno scrittore acuto come Tom Wolfe ha chiamato the Billion-footed Beast, la Bestia da un miliardo di piedi - “la rude bestia, la materia, e cioè la vita che ci circonda” - insomma nient’altro che quella “realtà”, quel “grande corpo inutile” di cui Jean Baudrillard ha da tempo profetizzato la sparizione, e che finisce invece per mimetizzarsi, per camuffarsi, per trovare altre forme di vita e altri modi di porsi (il virtuale, la “proliferazione degli schermi e delle immagini”) per continuare in eterno a perpetrare se stessa e la propria esistenza anche oltre il reale propriamente detto. “Passo ore e ore davanti al teleschermo, non riesco a spegnerlo nemmeno quando dormo. La realtà, oggi, è quella che racconta la televisione. Io guardo, quelle immagini mi restano dentro e, in qualche modo, si ritrasferiscono nella mia pittura. La tivù è il mio catalogo visivo. Riesce a fare della mia pittura un mass media”. Così diceva, quasi vent’anni fa, Mario Schifano, uno dei grandi - paradossalmente ancora incompreso, nonostante (o forse a causa) del grande successo commerciale avuto in vita - artisti europei di quest'ultimo scorcio di secolo. “Giornali, pubblicazioni, tivù: io assorbo tutto, e restituisco tutto”, diceva ancora. Oggi lo schermo televisivo ci passa una realtà filtrata da diffrenti linguaggi: il linguaggio del cinema, quello del reality, quello della commedia, o dell’inchiesta-verità. Lo spettacolo ha invaso (come profetizzato cinquant’anni fa da Guy Debord) interamente lo spazio dell’immagine. Ha invaso lo spazio del mito, del racconto, dell’immaginazione. “Si sa che il poema epico e il romanzo, come gli altri generi letterari, prolungano, su un altro piano, e per altri fini, la narrazione mitologica”, scriveva Mircea Eliade nel suo saggio Aspetti di un mito. “In entrambi i casi, si tratta di raccontare una storia significativa, di mettere insieme una serie di avvenimenti drammatici, che hanno avuto luogo in un passato più o meno favoloso”. Oggi la forma narrativo-mitologica di maggiore impatto è quella che passa dallo schermo, si tratti di quello televisivo o di quello cinematografico. Oggi l’unico (o quasi l’unico) mito in grado di parlare indistintamente a tutti - al popolo come alle elite intellettuali -, è quello cinematografico. Ecco allora il senso, per un artista come Luca Zampetti, di impadronirsi di un linguaggio (quello cinematografico appunto), farlo proprio e filtrarlo attraverso il suo particolarissimo stile pittorico. Ricostruirlo letteralmente, attraverso l’uso di sketch visivi, di spezzoni che, anziché utilizzare il linguaggio del video, utilizzano quello pittorico e del disegno in senso stretto: quasi come una sorta di canovaccio che segua, sottotraccia, l’intero svolgimento della storia, anche attraverso l’uso di titoli fortemente espressivi (Era l’ultimo abbraccio a Tony, Li provocava Action il portoricano, L’aveva conosciuta ed ora cantava, Stavano arrivando il tenente Schrank e l’agente Krupke, e così via). Ed ecco il senso, ancora, di appropriarsi di un racconto epico – in questo caso, quello di una grande epopea cinematografica come quella di West Side Story, con le sue battaglie, i suoi eroismi, i suoi drammi esistenziali, i suoi grandi momenti d’amore e la sensibilità fortemente eroica ed epica che lo attraversa dall’inizio alla fine – per raccontare una storia di oggi: una storia che, al contrario di quel che accade spesso in certa arte autoreferenziale e chiusa in se stessa, può parlare a tutti, ai giovani che vanno al cinema, a chi adora la grande letteratura, a chi ama riflettere su quel grande mistero che è la realtà attraverso i filtri altamente metaforici dell’amore, della passione, dell’onore, della giustizia e della vendetta. E’ reale tutto questo? Ha a che fare con la realtà così come siamo abituati a conoscerla? Forse sì, forse no: forse è letteratura, forse è cinema, forse è solamente pittura. Ma la domanda sfuma. In fondo, che importanza può avere una circostanza così futile come l'esistenza reale, di fronte alla inesausta forza del mito, cinematografico o letterario o pittorico che sia? Forse aveva davvero ragione André Breton quando scriveva che “vivere, cessar di vivere, non sono che soluzioni immaginarie. L'esistenza è altrove”. da “West side story” di Alessandro Riva, Prato 2006

 

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