Critics

L'altra faccia della medaglia (musica per organi caldi), di Maurizio Sciaccaluga.

Viviamo i tempi del glamour e dell'inquinamento, l'epoca in cui il fashion prolifera mentre l'ambiente si consuma. Sulle riviste, in televisione, in passerella e nei locali alla moda è tutto un esagerato moltiplicarsi di tessuti multicolori, di linee morbide e seducenti, d'accattivanti nude-look e di pelli vellutate color ambra o ebano.....

Parallelamente, su altre riviste, sulle stesse televisioni e negli appelli accorati di chi si preoccupa della salute del pianeta, è tutto un inarrestabile disintegrarsi di quei pochi brandelli di mondo ancora sani, cancellati dalla deforestazione dei boschi e dall'avvelenamento dei mari. Il boom è della moda, ma sta saltando per aria la Terra. E intanto che nelle sfilate impazzano fantasmagoriche cromie, ci stiamo giocando il verde degli alberi e il blu degli oceani. Nei suoi quadri al contrario, dove le figure si spengono mentre s'illuminano gli ambienti, dove carni e abiti appaiono mangiati e corrosi nella sostanza intanto che riprendono vigore i panorami, Luca Zampetti ritrae il terzo millennio in negativo. Come se lo riprendesse su una pellicola. Quelle stesse figure che, nella realtà, s'ammantano di colori e trucchi sfavillanti, sulle tavole ne risultano prive, mentre il pianeta calpestato e tradito dall'incuria umana sembra riprendere tono e respiro negli sfondi a encausto stesi dall'artista marchigiano. Nelle opere, al posto delle carnagioni più rosee, dei tessuti leopardati e di borsette pitonate, c'è un bianco e nero livido e aggressivo, e una gamma di grigi spenti e angoscianti – antraciti per niente condiscendenti – si sostituisce alle tranquillizzanti gradazioni pastello dei vestiti prêt-à-porter alla moda. Le linee dolci dei visi e degli abiti, quella morbidezza del tratto e dell'atteggiamento ricercata dai maestri dello stile e della comunicazione, lasciano spazio a un'espressione spigolosa e aggressiva, graffiante, che pare concentrarsi sui particolari fuori dall'ordinario, sull'impossibilità della perfezione, su pulsioni atipiche e allarmanti. L'obiettivo dell'arte inquadra e mostra la vita in modo anche brutale, senza alleggerirne i contrasti, senza concedere niente alla poesia. Dall'idealizzazione della figura si passa, nei lavori di Zampetti, alla concretezza più assoluta, forse addirittura, a volte, a uno scetticismo cinico che non riesce e non vuole vedere nei volti un barlume d'umanità. Nell'opera E tutt'intorno nessuno sapeva di lei alla scollatura invitante dell'abito si contrappone l'asprezza dei lineamenti della donna – che testimoniano, tra gli zigomi accentuati e le guance scavatissime, una storia fatta di scontri e difficoltà – e una figura che sarebbe potuta essere una delle tante care apparizioni incontrate per caso lungo la strada si trasforma in memoria inquietante, in simbolo puro del male di vivere. Suzanne, la protagonista di Traslocava in periferia, proietta invece l'iconografia eterea della modella, di solito avulsa dalle miserie del mondo, nella drammatica realtà di un'esistenza fatta di spostamenti, d'insoddisfazione e di lotte, rintracciabili e leggibili nello sguardo ferito e deluso, o tra i lividi del viso pesto e sanguinante. All'infinita scuderia di testimonial, top-model, letterine e prezzemoline proposte quotidianamente dalla televisione e dalle riviste nazional-popolari – tutte uguali, tutte colorate, tutte perfette, tutte col nasino, le gambe e le idee al posto giusto – Zampetti mette di fronte una pletora di persone comuni, sbiadite, dai gusti infelici, dall'aspetto sgraziato e dai desideri irriferibili. Un bestiario di personaggi creati appositamente per una commedia senza colori, un'equipe d'interpreti adatta a copioni degni della cronaca nera e degli schedari della polizia. Thalia, l'eroina dalla mascherina scura, regina dei giochetti proibiti e delle sfide in cuoio, è solo una copia patetica e slavata delle perfide maliarde della letteratura erotica, mentre a Victoire, incatenata e svestita, manca il fascino perverso dell'inquietante e succube O, creata per la famosissima Histoire da Pauline Réage. Loulou, a seno nudo e disinibita al volante della sua potente auto, colpisce più per la follia che per l'esibita sensualità, e piuttosto che come una ricca signora assatanata si presenta quale vecchia ragazza incapace di accettare le condanne del tempo. Rispetto ai cartelloni pubblicitari, agli show catodici e ai sogni di successo, Zampetti mostra la realtà, si concentra sull'altra faccia della medaglia. Disegna una serie di sconfitti, e così facendo si oppone alle logiche ottimistiche dello star system, di quel mondo vellutato e fatuo che vorrebbe farci credere tutti belli e perfetti, tutti capaci di conquistare quel quarto d'ora di celebrità di cui parlava Andy Warhol. E intanto che toglie i veli colorati dai corpi per fare vedere il pallore delle carni, il bianco e nero di una vita senza sussulti e buone notizie, l'artista concede agli sfondi quei colori accesi di cui i panorami del mondo sono sempre più privi, quegli accenti vivi che l'atmosfera cupa e avvelenata di questi decenni sta progressivamente nascondendo alla vista. Il rosa, il rosso, il viola, il giallo del fondo di opere tipo Il veloce pasto di Jeff detto il "palo" o Stavano insieme Stella e Kilian reclamano attenzione, assalgono le figure in primo piano, sembrano volerle ingoiare. Quasi a raccontare la ribellione di una natura che non si vede mai, che l'uomo ignora e disprezza, ma che non può essere sconfitta e cancellata. Una natura che, dietro quei graffi in bicromia, aspetta le sue prede, per riconquistare il territorio perduto. Quella di Zampetti è una sorta di pittura a raggi X, che inquadra il glamour ma mette a fuoco il mondo. È un bestiario apocalittico alla Borges, che non crea nuovi mostri ma rivela quelli che le persone si portano dentro. L'artista – con uno stile immediato, diretto, senza fronzoli e belletti, memore delle lezioni di un Charles Bukowski – rivela cosa si nasconda dietro quella patina di facile ottimismo con cui il consumismo e l'informazione mutlinazionalizzata vorrebbero velare la realtà delle cose. E racconta storie d'ordinaria desolazione degne d'una da Musica per organi caldi. da “Luca Zampetti - Cronaca vera” di Maurizio Sciaccaluga, Genova 2002.

 

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