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"ma_donna - la libertà di essere" a cura di Daniele Taddei

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Frammenti metropolitani. Intervista a Luca Zampetti di Martina Adamuccio

 1) Per i pochi che non ti conoscono…chi è Luca Zampetti?

Un narratore per immagini, uno scalatore degli ardui pendii della materia che tenta di dominare, dandole una forma decifrabile ed ammagante, capace di restare nell’immaginario dello spettatore, segnalandogli una diversa prospettiva con cui traguardare il mondo.

2) C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi fare della pittura la tua vita?

L’essere artisti non è mai frutto di una decisione, ma semplicemente un modo di essere che, nel tempo, scopri essere tuo, inevitabilmente; è un’accidente biografico che ti condizionerà per tutta la vita. “L’estasi e il tormento”, come lo definiva Michelangelo Buonarroti.
Poi devi decidere se rischiare e provare a viverci o avere tutti i sintomi del “genio”, senza contrarne la malattia. Per quanto mi riguarda a 14 anni, terminate le scuole medie, ho avuto ben presente che il rischio andava corso e che niente mi avrebbe impedito di tentare.
Non so se sia riuscito nell’intento, ma il solo provarci è stato formidabile.

3) Hai iniziato con la pittura ad olio per arrivare all’uso regolare della tecnica dell’encausto e della grafite. Come mai hai optato per questa scelta nel tempo?

Ci sono arrivato per caso o, forse, tutto faceva parte del percorso segnato che ognuno di noi ha. Era il 1993 e stavo svolgendo il mio anno di servizio militare obbligatorio (allora era così), a Fano e, con i miei amici commilitoni, dovevamo festeggiare il congedo del nostro comandante di Compagnia. Gli altri mi chiesero di realizzare un disegno che ricordasse tutto il gruppo di commilitoni e, per meglio presentarlo, convinsi tutti a farlo incorniciare degnamente. Mi incaricai dell’incorniciatura e trovai, in una piccola via del centro di Fano, in Via San Paterniano, la bottega di un corniciaio che, però, in una sala, accanto al laboratorio, esponeva anche delle opere e, come ebbi modo di vedere, aveva già realizzato qualche mostra, corredata anche da eleganti piccoli cataloghi a colori.
Tra le opere esposte, mi colpì un lavoro di Omar Galliani che conoscevo, allora, come citazionista colto, autore di splendide opere ad olio, ma di cui non avevo mai visto un’opera come quella: era realizzata su tavola, a grafite, ed intersecava un profilo femminile con un’anfora sinuosa, il tutto in una raffinata trama di segni incrociati che divenivano sfumature e nuances.
Mi piacque l’idea di utilizzare, in monocrome, la grafite su di una tavola di legno, due elementi primordiali, semplici, da cui poteva nascere qualcosa di complesso.
Il corniciaio, un tipo di piccola corporatura, ma con due occhi svegli, sulla trentacinquina, mi illustrò poi le varie opere, con un piglio tutto suo, che invogliava maledettamente ad acquistare qualcosa; quando seppe che ero un artista e vide l’opera mi chiese subito di poter vedere qualcos’altro e da lì nacque un’amicizia ed una frequentazione quasi quotidiana, dato che lì, a Fano, non avevo molto da fare e almeno potevo respirare un po’ di brezza artistica. Cominciai allora a lavorare su tavola, sperimentando ed affinando il mio linguaggio visuale e, i primi lavori realizzati, li volle esporre nella propria sala, proprio quel corniciaio di Fano, che poi divenne, per i successivi 9 anni, il mio gallerista oltre che amico.
A proposito, il gallerista-corniciaio, si chiamava Enrico Astuni.

4) Quali sono i criteri nella scelta dei soggetti da te dipinti?

Ogni mia opera è un racconto e, dunque, scelgo i soggetti secondo la storia che voglio raccontare; individuo i tratti del o della protagonista, le comparse, la location, e “monto” l’opera come su di uno storyboard. Determino l’atmosfera, le luci, il “mood” che deve promanare dall’immagine finita.

5) A quale dei tuoi risultati artistici sei più legato?

Ce ne sono diversi, direi comunque la mia ultima partecipazione alla Biennale di Venezia, nel 2011, con la grande installazione dal titolo “Mira, illuminate, asòmbrate”, realizzata per il Padiglione Nazionale della Costa Rica. Poi tutte le mostre realizzate insieme al mio grande amico e critico d’arte, purtroppo scomparso, Maurizio Sciaccaluga.

6) Un parere sul sistema dell’arte degli ultimi anni. C’è secondo te qualcosa che andrebbe migliorato?

Negli ultimissimi anni, causa la grande crisi economica ed il conseguente calo dell’interesse commerciale, da parte del collezionismo medio, che è stato la colonna portante dell’economia artistica degli ultimi 20 anni, gli operatori hanno ridotto al minimo gli investimenti nella promozione e realizzazione di progetti espositivi sia in ambito privato che pubblico.
La necessità di monetizzare e sostenere i costi di esercizio, ha inoltre portato gli operatori da una parte, frequentemente, a dare fondo ai propri magazzini, svendendo le opere disponibili sia in trattative private che nei canali di aste pubbliche, abituando i collezionisti ancora interessati al mercato, a spuntare prezzi di acquisto impensabili sino ad qualche anno fa. La conseguenza è stato il disorientamento ed impoverimento del mercato, con conseguente difficoltà sia da parte degli artisti che degli operatori più strutturati e consolidati a giustificare le quotazioni che il mercato aveva acquisite.
A fronte di tutto questo il sistema dell’arte vede, attualmente, proliferare una congerie di appuntamenti espositivi sia in gallerie private che in spazi pubblici e fiere, realizzate chiedendo agli artisti un contributo economico, in ragione di un’attività di “affitto” degli spazi espositivi e dei servizi connessi alla realizzazione di un progetto espositivo. Questo ha favorito un numeroso esercito di artisti di secondo piano che, fino a ieri abituati a contribuire economicamente per poter vedere esposte le proprie opere, oggi non trova alcuna difficoltà a continuare a farlo, accedendo però a gallerie, spazi pubblici e fiere dove, sino a qualche tempo fa avrebbero potuto aspirare a partecipare solo come semplici spettatori.
Ovviamente gli artisti più consolidati non possono che tenersi fuori da tutto questo, con conseguente impoverimento del panorama espositivo generale.
Da parte del sistema degli operatori d’arte italiani, piuttosto che puntare esclusivamente sulla crescita delle vendite e dei rispetti guadagni, sull’inutile e miope duplicazione di sedi espositive in Italia ed all’estero, sulle sottili competizioni a realizzare il catalogo o la galleria più belli, sarebbe forse stato più avveduto e conveniente, alcuni anni fa, investire maggiormente sugli artisti trattati, cercando di istituzionalizzarli e renderli più presenti anche a livello internazionale, consolidando, in questo modo, le quotazioni ed il rispettivo mercato che, avrebbe subito anche un ulteriore allargamento, creando una base più solida per affrontare gli inevitabili e prevedibili periodi di rallentamento e recessione del mercato, come quello che, da alcuni anni, stiamo tutti registrando.

7) Progetti futuri?

Oltre alla realizzazione dell’opera esposta nella grande mostra all’Expo Venice 2015, dal titolo “Acqua è”, inaugurata a Venezia a fine settembre, sto preparando una progetto per un importante Museo Internazionale, per la stagione espositiva 2016-2017.

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